Si parla molto di questi tempi di rinnovo, ricostruzione della società sotto nuovi valori che ci accomunino in definizione di una nuova identità individuale e quindi sociale. Un obiettivo di trasformazione enorme che senz’altro si presenta con altrettanto enormi difficoltà. Tra queste, le amarezze e relative disgregazioni nella vita sociale rappresentano le più difficili da affrontare. Tutti noi combattiamo con i torti subiti come con quelli da noi inflitti ad altri e a volte ci scoraggiamo di fronte all’immenso dolore che l’umanità sembra determinata ad infliggere a se stessa. Come mantenere viva la speranza? Senza una risposta costruttiva alla tossicità della rabbia, infiniti cicli di vendetta, e paralizzanti sensi di colpa, ci si sente a volte condannati a non poter cambiare mai le cose veramente e a rimanere quindi intrappolati nella disperazione.
Una risposta a tale disperazione si trova nel perdono.
Che cos’è il perdono? Quando è opportuno perdonare? È possibile farne
appello, o deve esclusivamente essere un’offerta autonoma? Si può ammettere il concetto dell’imperdonabile? Che fare se si sente di avere tutte le ragioni di essere arrabbiati, o perfino di voler assaporare una dolce vendetta?
Il perdono certo ha delle condizioni che devono essere rispettate da ambedue le parti. Se si dice di aver perdonato e poi ci si vendica: o si è ignoranti del significato della parola, o si è semplicemente disonesti. È chiaro allora che finché si bolle di rabbia e di pensieri di vendetta non è il caso di perdonare. Ma spesso ci rendiamo conto della tossicità della rabbia e consideriamo il perdono, se non per altro, almeno per stare meglio con noi stessi. Non c’è niente di male in tale ragionamento. Ma se fosse sufficiente perdonare per liberarsi della rabbia allora basterebbe anche dimenticare, o parlarne con un amico, un terapeuta, o prendere la pillola del dottore di fiducia. Il fatto è che il perdono non è da intendere né come tecnica terapeutica, né in termini individualisti nella motivazione.
Il perdono è un’importante relazione morale tra se stessi e gli altri in quanto mantiene il carattere vicendevole o sociale della situazione alla quale si riferisce.
La rabbia che si sente in conseguenza ad un’ingiustizia subita è giustificabile solo se nella giusta misura e verso il proprio responsabile. Perdonare la persona sbagliata può essere offensivo. Come sarebbe inappropriato se l’autore giustamente identificato non potesse però essere ritenuto responsabile per via di ignoranza o gioventù; in tal caso non è il perdono ciò che è necessario ma qualcos’altro, come la giustificazione o il condono. Siccome non è tanto l’azione che dovrebbe essere perdonata quanto il suo autore, l’obiettivo del perdono è quindi colui che oltre ad essere consapevole dell’ingiustizia commessa è anche ritenibile in piena responsabilità. Di conseguenza, la rabbia è moralmente giustificabile se in risposta a tali valutazioni, così come la rinuncia alla stessa richiede simili idoneità. È così che, nel migliore dei casi, il responsabile dovrebbe offrire valide ragioni per agevolare la vittima alla rinuncia della rabbia. Tipicamente esse comprendono, oltre l’ammissione di responsabilità, un espresso o visibile pentimento, la volontà di riparare eventuali danni, l’intenzione di cambiare comportamento o la volontà di affrontare diversamente l’eventualità di future comparabili circostanze, ed il riconoscimento di ciò che l’atto commesso può aver causato emotivamente nella prospettiva dell’offeso. Di fronte a questi passi compiuti dal cosciente responsabile dell’ingiustizia, le scuse verranno molto probabilmente accettate, visto che renderebbero non solo psicologicamente più facile perdonare ma agevolerebbero molto meglio il proposito morale del perdono: il ripristino del reciproco rispetto e la riaffermazione che l’uno non deve essere trattato ingiustamente dall’altro. Naturalmente, la stessa logica è valida dalla prospettiva opposta: se il colpevole intraprende ogni possibile passo che si possa ragionevolmente richiedere ma la vittima fosse incapace, o nolente al perdono, egli, o ella, sarebbero condannati a combattere con il senso di essere imperdonabili, colpevoli, dimenticati. Ugualmente, se ci fosse la possibilità che la vittima metta da parte rancori, sentimenti vendicativi e presenti l’offerta del perdono, il colpevole molto probabilmente accetterebbe.
Il paradigma ideale del perdono interpersonale sarebbe quindi quello dove ambedue le parti soddisfino queste condizioni per evitare che il possibile perdono collassi a forme subordinate quali la giustificazione o il condono. In ogni caso, non tutto si può considerare un perdono. Esso non può avvenire a prescindere da un’azione compiuta dal responsabile verso quell’obiettivo. Le opinioni possono essere diverse ma affinché ci siano le condizioni per un sano perdono le azioni delle due parti devono includere almeno un’ammissione di responsabilità, ed una volontà a rinunciare alla vendetta.
Altrettanto delicata – e non meno importante – è la circostanza dell’autoperdono dove il colpevole potrebbe tentare di assolvere se stesso o se stessa dalla responsabilità dell’ingiustizia commessa verso altri; o dalla responsabilità di un’ingiustizia commessa verso se stessi (come lauto-degradazione) nel commettere il torto ad altri; o, semplicemente, un’ingiustizia commessa solo verso se stessi. Per evitare l’auto-discolpa, simili condizioni al perdono interpersonale devono essere soddisfatte. Carta e penna ed un po’ di coraggio formano buona parte del lavoro. La pratica, sia personale che interpersonale, consente crescita e rigenerazione profonde e permanenti negli individui coinvolti e le basi della loro relazione.
Là dove un’antica discordia è or riconciliata, si è per sempre consacrata terra santa – disse un saggio.
Ma che fare dei colpevoli dei più indegni atti di violenza quali le molestie sessuali a minori, o peggio ancora, le stragi di innumerevoli quantità di uomini, donne, e bambini? È possibile perdonare gli autori di questi orrori? La rabbia, come detto prima, è nella giusta misura e moralmente giustificabile solamente se diretta all’autore, e non all’azione. Altrimenti il famoso paradigma dell’occhio per occhio, dente per dente non sarebbe una ricetta per l’autodistruzione della specie e dell’universo che ci ospita, ma bensì la migliore soluzione a tutto. Ma per quanto circostanze come quelle sopra menzionate rendano molto difficile mantenere il controllo della ragione, la questione non è se la vittima sia in grado o no di rinunciare alla rabbia ma piuttosto se il responsabile può essere giustamente considerato imperdonabile a prescindere da quello che egli o la vittima dicano o facciano in pegno all’eventualità del perdono. Si tenga in considerazione che se una cosa come l’incondizionatamente imperdonabile fosse concepito, si dovrebbe anche essere disposti ad accettare irrisolvibili quanto bizzarre situazioni etiche nelle quali perdoni verrebbero ciclicamente dichiarati invalidi a prescindere dai passi sostenuti da ambedue le parti coinvolte. Inutile elaborare su questo o quell’esempio pratico, per quanto angosciante e doloroso possa risultare, il più grande malfattore della storia può giustamente rimanere non perdonato per un indeterminato periodo di tempo seppure egli avesse intrapreso tutti i passi necessari all’invocazione del perdono. Ma imperdonabile, non è. Semplicemente non c’è una formula matematica atta a determinare quando è giusto perdonare.
Cosa rende il perdono raccomandabile nel modo e nel tempo adatti? Perché non è, come abbiamo visto, semplicemente una questione di liberarsi dalla tossicità della rabbia, o dall’immobilizzante colpevolezza, per quanto ciò possa essere psicologicamente ed eticamente benefico. Non è una questione puramente terapeutica, come se fosse solo una questione personale. Piuttosto, quando le dovute condizioni sono soddisfatte, il perdono è ciò a cui una persona perbene andrebbe incontro in quanto rappresenta un atto che esprime fondamentali idee morali, come: crescita spirituale e rigenerazione; integrità; reciproco rispetto e riconoscimento del valore intrinseco; responsabilità; riconciliazione e pace.
Mentre possiamo trovarci rispettosamente in disaccordo su alcune idee qui descritte, siamo certamente tutti d’accordo sulla necessità di affrontare la dilagante realtà dell’ingiustizia morale nella vita umana; ma soprattutto sono certo che possiamo trovarci tutti d’accordo su una cosa: assai pochi tra noi sono completamente innocenti del bisogno di perdono.
Questo articolo è una versione redatta da “On Forgiveness”, di Charles Griswold, pubblicato sul New York Times il 26 Dicembre, 2010 e tradotto da Andrea Tamburini