Un’intervista radiofonica, raccolta circa trent’anni fa dall’editorialista Colman McCarthy, oggi columnist del “Washington Post”. L’intervistata è Joan Baez, attivista pacifista e folk singer; la sua esecuzione di Blowing in the wind sarà la colonna sonora di migliaia di manifestazioni contro le guerre, a partire da quella del Vietnam, una dolce bandiera di note e parole per la pace.
Ritrovare questo materiale mi ha fatto uno strano effetto: le domande poste alla Baez sono le stesse, identiche, che oggi vengono rivolte a chi prova a parlare di nonviolenza in vari ambienti, compresi quelli dell’attivismo odierno: “Sì, sì, bei discorsi, niente armi né mezzi di difesa. Ma cosa faresti se, per ipotesi, qualcuno aggredisse tua nonna?”.
La forza delle (apparentemente) lievi e ironiche risposte della Baez sta tutta in questa sua considerazione, che spiazza l’incalzante intervistatore, convinto che in fondo chi parla di nonviolenza stia sfuggendo di fronte all’inevitabile scelta ultimativa: “Nessuno sa cosa farà in un momento di crisi, domande ipotetiche ottengono risposte ipotetiche. Il fatto è che mettiamo le persone in processi d’apprendimento il cui scopo è trovare modi efficaci di uccidere. Sai come funziona: ruggire e urlare, uccidere e strisciare via, e saltare giù dagli aeroplani. Roba ben organizzata. Un generale pianta uno spillo in una mappa. Una settimana più tardi un mucchio di ragazzini suda in una giungla da qualche parte. Si fanno saltar via braccia e gambe, piangono, pregano e perdono il controllo degli intestini”.
L’intervistatore non molla: “Ma cosa fai, allora? Porgi l’altra guancia, suppongo. Guarda un po’ che gli è successo, a quello che diceva “Non uccidere. Lo hanno attaccato ad una maledetta croce!”.
Sentite come risponde Joan: “Non devi metterti a scegliere come morire, o dove. Puoi solo scegliere in che modo vivere. Adesso. Confrontati con il male, ecco cosa ti dice la pacifista. Resisti con tutto il tuo cuore, tutta la tua mente, tutto il tuo corpo, finché esso sarà sconfitto. Il problema è il consenso. C’è del consenso là fuori sul fatto che va bene uccidere quando il tuo governo decide chi deve essere ucciso. Se uccidi qualcuno nel tuo paese, hai dei guai. Se uccidi qualcuno fuori dal tuo paese, al tempo giusto, nella stagione giusta, perché è l’ultimo nemico in ordine di tempo, ti prendi una medaglia.
Ci sono 130 stati-nazione e ciascuno di essi pensa che non sia poi così peregrina l’idea di far fuori gli altri 129, perché il ‘nostro’ stato è più importante.
I pacifisti pensano che ci sia al mondo una sola tribù, di tre miliardi di persone. Queste persone vengono prima di tutto il resto. Noi pensiamo che uccidere un membro della famiglia sia un’idea cretina. Pensiamo che ci siano metodi più decenti, e più intelligenti, di comporre le differenze. E l’umanità deve mettersi ad investigare questi metodi, perché se non lo fa, per errore o volutamente, è probabile che si uccida l’intera dannata razza umana. Vogliamo arrivare a costruire un pavimento, un forte e nuovo pavimento, stando sul quale non si potrà più affondare. Una piattaforma, che sta un po’ più in su del napalm, della tortura, dello sfruttamento, dei gas velenosi, delle bombe nucleari. Vogliamo dare all’umanità un posto decente per stare in piedi.
Fino ad ora ci siamo trascinati nel sangue umano, nel vomito e nella carne bruciata, urlando che questo avrebbe portato pace al mondo. E come costruire, praticamente, questa struttura? Dalle fondamenta. Studiando, sperimentando ogni possibile alternativa alla violenza, ad ogni livello. Imparando a dire no alle tasse per la guerra, no alla leva, no all’uccidere in genere e sì alla cooperazione, dando vita ad istituzioni basate sul principio che l’omicidio in ogni sua forma è fuori discussione, creando e mantenendo relazioni nonviolente in tutto il mondo, impegnandoci in ogni occasione di dialogo con le persone e i gruppi, per spostare quel consenso che ora c’è attorno all’opzione di uccidere.
Ci sarà chi continuerà a dire: “Suona proprio bene, ma non credo possa funzionare. Probabilmente ha ragione. Probabilmente non abbiamo abbastanza tempo: ebbene, forse saremo un glorioso flop, ma sapendo che l’unico fallimento peggiore dell’organizzazione della nonviolenza è stato l’organizzazione della violenza“.