L’amore è un cane blu – La conquista dell’est


“In un paese dove la passione è scomparsa ovunque, nei legami sentimentali come in quelli con la propria comunità (un tempo chiamavasi politica). Dove il caos regna principesco sia nei rapporti economici che in quelli affettivi: un uomo si perde. Si perde in una notte assolutamente e terribilmente magica sull’altopiano del Carso.
Una terra che non conosce, anche se c‘era nato a poco più di 300 metri. Tra grotte, fiumi sotterranei, rovi e pietre questo sarà per lui l’unico luogo dove ormai vivono ancora le fiabe degli amanti perduti e delle passioni tradite. Questo spettacolo è un diario, un disegno, diventerà un film, per ora un concerto visionario, popolare, lirico e umoristico. Narra di un tragico smarrimento e di una comica rinascita.”

Alla conferenza stampa per la presentazione dello spettacolo, Paolo Rossi ribadisce più volte che non ci sarà della satira, ma lui e gli artisti del gruppo cercheranno soltanto di creare un piccolo foro per vedere attraverso il muro che limita i nostri pensieri e le nostre speranze.
Evoca immagini artistiche famose, Paolo Rossi, ma soprattutto una filosofia positiva nell’immaginare un futuro migliore: per citarne solo due tra i tanti, Henri Cartier Bresson, con i suoi guardoni e Lucio Fontana, con i suoi tagli nelle tele, avrebbero compreso pienamente la proposta di Rossi.
Lo spettacolo sarà una mescolanza di musica e racconti quasi fossero degli appunti per la creazione di  un film, ed è proprio questo il fine ultimo, così gli spettacoli che sera dopo sera si modificheranno saranno la base del racconto e la musica la sua colonna sonora.
Perchè dunque la scelta del Carso come ambiente? Perchè il Carso é Far West. Ogni cosa che gira intorno al Carso lo è, e lo si capisce fin da piccoli. Così è stato per Paolo Rossi che fin da bambino portava i suoi giochi di indiani e cowboy in questi luoghi, così da adulto ha voluto mescolare questa sua sensazione western alla contaminazione che soffia dall’est, portando una nota balcanica con le musiche proposte.
E come ai tempi del vecchio West, quando bisognava perdersi per ritrovare il coraggio, così ai giorni nostri dobbiamo veramente arrivare a vedere il fondo per riuscire a ritrovare la forza per risalire, perchè si sa che il coraggio non appartiene a tutti.Il giorno della prima il pubblico viene accolto nel foyer del teatro Miela dai musicisti del gruppo, I virtuosi del Carso, che suonano e ballano trasportando tutti dentro un’atmosfera di gioiosa festa. Una scritta appare sul palcoscenico portante la dicitura: Siamo in prova.
Verrà ribadito continuamente questo concetto di prova, portando il sorriso ed un’incosapevole senso di instabilità e di coinvolgimento. Un’instabilità che consiste nel ripresentare errori, dichiaratamente, e nella volontà precisa di fissarli permanentemente in modo da farli sembrare normali, forse un pò quello che inconsciamente viviamo ogni giorno su vari livelli di consapevolezza.
La storia narra di un uomo che si perde nel Carso dopo aver assunto dei funghi allucinogeni che crescono sugli escrementi di mucca. Un’ilarità continua e trascinante ci porta a viaggiare con leggerezza tra temi pesanti quali il femminicidio e la rivoluzione, sfiorando grandi concetti filosofici che ci vengono posti così semplicemente da sembrare fatti di sociale vissuto quotidiano, che nella penosa considerazione di un’assenza di moralità ci porta nonostante tutto, a ridere di noi stessi.
Nell’intervallo stupisce la proposta del casting per il film, e timidamente alcuni spettatori iniziano a lasciare i primi nominativi mentre il dubbio di ricevere scherzi telefonici inizia a serpeggiare tra la folla ilare.
Rossi parla di Rilke,  di Ovidio, di Ungaretti; racconta anche di Sergio Leone, di Emiliano Zapata. Parla della favola del Re nudo e dice che ad oggi la vera rivoluzione sarebbe possibile solo modificandone il finale dove verrebbe esaltata la consapevolezza del gruppo e non del singolo.
Coinvolto anche l’attore locale Fulvio Falzarano con un suo racconto di vita talmente assurdo da esser comico, e mentre lo spettacolo volge al termine, si ricorda al gentile pubblico che quanto sentito è solamente teatro e in quanto tale è destinato a finire.
Ma il teatro e quello che ci reca è davvero una sensazione impermanente o finisce per lavorare in profondità,  divenendo alla fine parte di noi attraverso il nostro vissuto e la nostra capacità di lettura ?
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©Laura Poretti Rizman
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foto di Gioia Casale

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