Era già da un po’ di tempo che pensavo di partire per l’ex Jugoslavia, una regione che mi ha da sempre affascinato, ma per un motivo o per un altro ho sempre rimandato il mio viaggio, forse perché aspettavo il momento giusto, o la giusta compagnia. L’occasione me l’ha data l’associazione Tenda per la Pace e i Diritti, con sede a Staranzano. Con loro sono partita con il progetto In Europa oltre i nuovi muri, ovvero un viaggio nei Balcani dell’ex Jugoslavia volto a conoscere la realtà locale, in particolare i problemi sorti dopo la guerra degli anni 90. Dopo essere stati in Croazia e Bosnia nel 2008 e in Serbia nel 2009, quest’anno i “tendisti” hanno pensato di tornare un’altra volta in Bosnia, e io non ci ho pensato due volte a partire! Eravamo un bel gruppo, età compresa tra 17 e 65 anni, molto eterogenei tra noi ma accomunati dallo stesso intento: quello di conoscere la Bosnia, capire cosa ha significato vivere una delle più sanguinose guerre europee avvenute dopo la Seconda Guerra Mondiale e cosa si può fare attualmente per il futuro di questo paese.
Siamo partiti il 24 luglio. La prima tappa è stata Mostar, città dell’Herzegovina, diventata tristemente famosa durante la guerra per lo splendido Stari Most (Ponte Vecchio) che era stato completamente distrutto, dividendo la città in due. Ora il ponte è stato ricostruito, ma la città resta divisa: da una parte i bosniaci musulmani, dall’altra i croati cattolici, nessuna comunicazione tra i due, solo tanto rancore. A Mostar tutto è doppio: l’università per i musulmani e quella per i cattolici, la posta per i musulmani e quella per i cattolici. Persino gli ospedali sono divisi, e ovviamente anche i cimiteri.
Dopo due notti passate a Mostar, ci avviamo verso Sarajevo, che è una città davvero particolare. Una volta che entri nel centro storico rimani affascinato: l’influenza musulmana è stata molto forte ma nello stesso tempo capisci che qui hanno convissuto altre culture. Prima della guerra, in questa città convivevano pacificamente quattro religioni: musulmani, cattolici, ortodossi ed ebrei. Ora i segni della guerra sono ancora molto evidenti, non solo sugli edifici, ma anche tra le persone: la convivenza che c’era prima ora non esiste più.
La terza tappa è stata Tuzla, ridente cittadina industriale ma con tanto verde, una delle poche città della Bosnia ad essersi in parte salvata, in quanto non è stata bombardata. Qui abbiamo parlato con l’associazione Zene Srebrenice (le donne di Srebrenica), ovvero le vedove di coloro che l’11 luglio 1995 sono stati uccisi senza pietà dai soldati serbi, con la complicità dell’ONU. Il genocidio di Srebrenica è stato puro orrore e una grande sensazione di impotenza mi ha accompagnato fino all’ultima tappa, ovvero la stessa Srebrenica e la visita al memoriale delle vittime a Potocari. Di fronte a quella distesa di tombe bianche l’emozione è stata molto forte, dentro di te ti chiedi “Perché?” ma pensi che non potrai mai spiegartelo. Soprattutto ti chiedi come più di 8000 persone (più di 10000, secondo la gente locale) possano essere state uccise così, a due passi da casa nostra, sotto gli occhi della comunità internazionale. Non ci sono risposte. Srebrenica adesso è una città morta, il genocido onnipresente. I pochi abitanti rimasti non vedono futuro.
Questa è la Bosnia di adesso. Gli accordi di Dayton hanno lasciato un paese diviso, confuso, con molti problemi e molta corruzione. Ma c’è ancora speranza per questo paese? Io sono convinta di sì, ma si devono cambiare molte cose. Bisogna, prima di tutto, puntare sui giovani, insegnare loro il valore della tolleranza e del rispetto reciproco. Ma è difficile fare questo finché le scuole sono divise per etnia. Per insegnare la tolleranza ai bambini, non serve a niente spiegargliela, bisogna praticarla, bisogna dare loro il buon esempio. Ora qualcosa, per fortuna, si sta muovendo: iniziano a nascere i primi partiti interetnici, le associazioni multietniche, i matrimoni misti pian piano vengono ripristinati. Qualcosa sta cambiando, ma è dalle istituzioni che deve avvenire il vero cambiamento. Solo così la Bosnia si può salvare.
Hilary Detoni